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Daniel Johnston: il cantautore emarginato
Articolo di Lorenzo Badia
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«Ascoltate e racconterò la storia
di un artista che sta invecchiando.
Alcuni ambiscono alla fama e alla gloria,
ad altri piace solo guardare il mondo»

da The Story Of An Artist, Daniel Johnston

Il termine outsider si addice a quegli artisti che non seguono le convenzioni, a volte per ribellione, a volte per incapacità, ma che comunque mostrano talento facendo le cose a modo loro, sviluppando la propria creatività in modo indipendente al di fuori degli spazi tracciati. Pochi personaggi possono dire di stare tanto comodi in questa definizione quanto Daniel Johnston.

Classe 1961, nato in California, ma cresciuto tra West-Virginia e Texas, Johnston manifestò una creatività esplosiva fin da ragazzo, cimentandosi nel disegno, nella musica e nella regia di corti amatoriali in Super 8 da lui stesso scritti e interpretati. Ossessionato dal continuo bisogno di esprimersi, portava sempre con sé un registratore per documentare e condividere le idee, i pensieri, gli stati d’animo. Lo teneva acceso persino per registrare le discussioni che aveva con amici e parenti.

I chilometri di nastro che produsse furono stipati nel seminterrato di casa, che divenne il suo regno e il suo principale studio di registrazione. In breve tempo, lo riempì di colonne di fumetti di Jack Kirby, disegni, appunti, cassette e anche album dei Beatles, per i quali aveva una sorta di venerazione. Con una pianola da pochi dollari e un registratore, Johnston trascorreva in quel seminterrato la maggior parte della giornata e della notte, dormendo poco o nulla.

La famiglia era molto credente e i genitori ritenevano che questi “eccessi artistici” prendessero troppo tempo al giovane Daniel, che trascurava così lo studio, le faccende domestiche e le funzioni religiose. In una registrazione audio si può sentire la madre definirlo “un infruttuoso servo del Signore”. Dilaniato dal proprio senso artistico e dalle pressioni dei genitori, Johnston alternava periodi di estrema attività creativa a momenti di profonda apatia. Quando gli venne diagnosticato un disturbo bipolare, la musica divenne la sua terapia preferita.

Così, a diciannove anni, chiuso nel suo seminterrato-bunker decise di sfogare le sue crisi maniaco-depressive incidendo un album, Songs of Pain (1981), su supporto musicassetta. Da allora cominciò a registrare compulsivamente tutto quello che gli veniva in mente di suonare. Don’t Be Scared (1982), More Songs of Pain (1983) e Hi, How Are You (1983) sono solo alcuni degli album che produsse, album completamente autoprodotti e registrati su musicassetta, a cui Johnston stesso disegnava la copertina.

Non sapeva cantare e ne era consapevole, ma c’era comunque del talento in quello che produceva. La musica di Daniel Johnston può essere descritta come quella di un bambino che tenta di spiegare le sensazioni di un adulto; con la sua voce fanciullesca su una registrazione disturbata da brusii e rumori di fondo, Johnston dava prova di una delicata sensibilità emotiva. Su melodie influenzate dai Beatles, cantava delle sue passioni, film e fumetti, ma anche di solitudine e sentimenti con un lessico semplice, ma mai banale. Ed è facile essere banali su argomenti così abusati.

Cantava anche di una ragazza che conosceva, Laurie, che idealizzò e divenne la sua musa ispiratrice. Se ne innamorò, ma non fu mai ricambiato. Ebbe da dire su di lei:

«Ero solo nella mia vita, con poco per cui vivere. Ho tentato con l’arte, pensando che magari avrei potuto salvarmi. Ma nella mia disperazione, tutte le mie speranze volarono via, fino a che non c’era più niente per me, più niente da dire. E in questo incubo c’era un sogno di una ragazza così bella… senza paragoni. […] Laurie. Sì. Lei ispirò migliaia di canzoni. E allora scoprii di essere un artista»

Arrangiandosi con lavori saltuari e part-time, Johnston continuò a produrre materiale a ruota libera. Voleva che la gente ascoltasse la sua musica. Non avendo modo di duplicare le cassette degli album che registrava, si mise registrare senza sosta cassette su cassette, suonando e risuonando le stesse canzoni decine di volte. Le distribuì gratuitamente a tutti quelli che conosceva e una sua amica musicista, Kathy McCarty dei Glass Eye, una band texana di successo, gli diede un grosso aiuto e gli procurò il suo primo concerto a Austin, al quale Johnston si presentò con una chitarra. Se la cavava meglio con il piano, ma in quel frangente aveva preferito la chitarra. Austin era piena di cantautori che sapevano effettivamente suonare una chitarra, mentre Johnston strimpellava accordi scordati, non era intonato e non andava a tempo. Così, quando salì sul suo primo vero palco, il suo primo vero pubblico non sapeva come reagire. Non sapeva se applaudire l’onestà o fischiare l’inettitudine.

Ma la fama aiuta a far prendere una decisione.

Nel 1985, lo show Cutting Edge di Mtv fece tappa a Austin, e Johnston si presentò al host della trasmissione Peter Zaremba per un’intervista fuori programma. Fu filmata anche una sua esecuzione del brano I Live My Broken Deams, durante la quale Johnston si commosse. Improvvisamente, molte più persone volevano sentirlo suonare. Si procurò anche un manager e iniziò a somigliare sempre di più a un cantautore professionista. E il suo delicato equilibrio mentale ne risentì.

A un concerto con i Butthole Surfers, Johnstone assunse del LSD. Un brutto trip fece emergere psicosi latenti e la sua salute peggiorò. Diede segni di schizofrenia e cambiò personalità. Prima eccentrico ma calmo e amichevole, Johnston divenne delirante e si rese protagonista di episodi violenti. Aggredì il suo manager con un tubo di metallo. Fu ricoverato in un istituto psichiatrico e imbottito di farmaci.

Da allora Johnson non fu più lo stesso. Ossessionato da Dio, da Satana, dal numero nove e afflitto da varie paranoie e ansie, entrava e usciva dai bidoni per matti, come chiamava lui i manicomi. Le medicine lo tenevano in uno stato di catatonia, incisero pesantemente sul suo fisico, rendendolo obeso, e gli fecero insorgere tremori simili a quelli causati dal morbo di Parkinson. Col tempo sviluppò anche il diabete e i suoi anziani genitori si dovettero far carico di tutto, curandolo come meglio potevano.

Ma non fu un tramonto per la carriera del cantautore. La scarsa qualità delle registrazioni dei primi tempi fecero di Daniel Johnston uno dei precursori della scena Lo-fi, e il suo stile grezzo ebbe una grande influenza sulle band che emersero nei primi anni ’90. Decine di artisti, nel corso degli anni, espressero il loro apprezzamento per la sua musica e per la sua persona. Tra questi i Sonic Youth, con cui strinse un ottima amicizia, i Pearl Jam, Tom Waits, Glen Hansard dei The Frames, i Flaming Lips e il creatore dei Simpson Matt Groening, di cui Johnston era un fan.

Ma il personaggio che contribuì maggiormente a far conoscere Daniel Johnston al grande pubblico fu probabilmente Kurt Cobain della band grunge Nirvana. Nel 1993, Cobain iniziò ad apparire in pubblico con una maglietta dell’album Hi,How Are You?. Per diversi mesi, in qualunque foto o concerto, Cobain aveva indosso quella maglietta. Fu un endorsement imprevisto e di dimensioni pazzesche.

Le cure a cui Johnston si sottopose diedero i loro frutti, consentendogli di tornare a esibirsi. La popolarità ottenuta lo portarono a contratti con etichette discografiche importanti. Anche la sua attività di pittore e illustratore ne beneficiò. Espose a Berlino, Barcellona, Londra e New York City diventando un artista apprezzato dai circuiti più alternativi. La vecchia amica Kathy McCarty decise di recuperare le vecchie canzoni di Daniel e rendergli omaggio con l’album tributo Dead Dog’s Eyeball (2005, Bar None). Anche la cinematografia si è data da fare producendo il documentario The Devil and Daniel Johnston (2005) sulla vita del cantautore.

Addetti ai lavori, critici e musicisti, hanno spesso affermato che se i brani di Daniel Johnston fossero passati per le mani di un arrangiatore capace ne sarebbero venuti fuori dei successi. Ma forse non avrebbero avuto la stessa forza espressiva. Si potrebbe davvero raccontare la vita di Daniel Johnston soltanto citando pezzi delle sue canzoni, perché non ha mai fatto niente di diverso da questo; non ha mai saputo cantare, non ha mai suonato troppo bene, non ha mai nemmeno scritto niente di veramente originale, ma attraverso la propria musica è sempre stato in grado di esprimere tutta la propria umanità, senza pretese, senza mentire e senza paura di scoprire le proprie fragilità.

 

 


FONTI: Documentario The Devil and Daniel Johnston

 

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