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Suoni

Ascoltare musica in 3D
Articolo di Lorenzo Badia
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C’è stato un periodo in cui il mercato del cinema era ossessionato dalle tre dimensioni. Era un fenomeno già presente negli anni ’50, ma all’inizio degli anni dieci del 2000, forti di un paio di occhialini ultratecnologici, non c’era un solo film commerciale che non avesse la dicitura 3D nel titolo. Ok, bello, nuovo, intrattiene, impressiona – dà un po’ fastidio alla vista secondo alcuni – ma soprattutto vende; il pubblico reputa molto immersivo un video in cui ritrova il senso della profondità.

Forse non tutti sanno che è possibile provare un’esperienza del genere anche nel mondo dell’audio.

Sembra quasi un termine fantascientifico, ma la registrazione binaurale è la cosa più semplice e sorprendente che si possa provare. In sostanza, consiste nel registrare un suono dal punto di “vista” dell’ascoltatore. Il risultato è una registrazione che simula perfettamente la percezione della distanza di quel suono nello spazio.

Negli anni ’80, l’ingegnere argentino Hugo Zuccarelli e il musicista Umberto Gabriele Maggi svilupparono al Politecnico di Milano quella che pare essere una forma più avanzata e precisa del sistema binaurale: l’olofonia, una sorta di olografia sonora. Eccone un esempio con una scatola di fiammiferi, ma attenzione è necessario indossare cuffie stereo:

 

Qui invece si sente bene la distanza della voce di una ragazza che si avvicina:

 

Le origini del sistema binaurale sembrano risalire agli anni ’30, ma anche nelle forme più moderne il metodo di base è rimasto lo stesso: due microfoni impostati per percepire il suono come farebbero le orecchie umane. Per aiutarsi in questo processo e includere tutte le possibili variabili, i tecnici applicano i ricevitori alla testa di un manichino:

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Che si tratti di un suono ambientale o musica, la fonte sonora può essere riprodotta in un punto qualsiasi attorno ai microfoni, cosicché, al momento dell’ascolto si potrà udire esattamente quello che “ha sentito il manichino” e capire il luogo di provenienza di quel suono “a orecchio”. Al posto di una testa finta a volte si usano anche un disco o una sfera, ma in tutti i casi si avrà una particolare sensazione di profondità sonora, udibile indossando delle cuffie. Uno degli inventori dell’olofonia, Zuccarelli, pare abbia inventato anche degli altoparlanti che rendono un effetto simile, anche se non si ha notizia di una loro commercializzazione.

Ma veniamo alla musica.

Il primo album mixato con tecnica binaurale sembra essere Flowmotion (Harvest, 1976) dei tedeschi Can. Ufficialmente, il primo album registrato in binaurale è invece Street Hassle (Arista, 1978) di Lou Reed. Passato un po’ in sordina nonostante il metodo innovativo, il disco conteneva alcune tracce dal vivo che simulavano l’esperienza del concerto nelle cuffie dell’ascoltatore comodamente seduto sul divano di casa.

Cinque anni dopo, Zuccarelli tentò di popolarizzare la sua olofonia tra gli artisti più attenti alle novità. E gli artisti più attenti alle novità, come spesso accade, furono i Pink Floyd con The Final Cut (Harvest, 1983). Oltre a questo, un certo numero di copie in vinile dell’album Bad (Epic, 1987) di Michael Jackson, vendute solo in Giappone e America, contenevano tracce olofoniche.

Come si nota, gli esempi dell’utilizzo dell’olofonia in musica si esauriscono in fretta. Maggior successo hanno avuto le versioni più semplici del sistema binaurale, soprattutto quando applicate nelle edizioni di dischi di musica classica e jazz, re-mixati per ottenere un effetto dal vivo. Inoltre, si possono sentire altri esempi in alcune tracce dell’album – di nome e di fatto – Binaural (Epic, 2000) dei Pearl Jam.

Se siete rimasti impressionati dai sample audio soprapostati e vi state chiedendo perché un metodo di registrazione simile non viene usato più spesso, la risposta è una domanda: perché dovrebbe? Tanto come il 3D nel cinema, la registrazione binaurale in musica certo sulle prime impressiona, ma le possibili applicazioni artistiche sono poche (praticamente si limitano ai live), complesse (ci vogliono tecnici specializzati) e costose (solo il manichino costa sugli 8000$). Se invece vi state chiedendo se la registrazione binaurale è usata nell’audio dei film la risposta è: raramente, si trova qualche esempio nel cinema sperimentale, su internet e nei parchi di divertimento. Perché? Perché a quanto pare si è rivelata una grande idea commerciale far indossare alla gente delle fichissime lenti scure a polarizzazione circolare, ma non si è riusciti a convincere il pubblico a mettere le vecchie, care e semplici cuffiette per guardarsi un film. Anche se, francamente, le cuffie sono meno fastidiose di quei dannati occhialini. Provatele ancora una volta:

 


FONTI: Articolo di Billboard sul primo disco binaurale | Storia del metodo olofonico (Maggi) | Storia del metodo olofonico (Zuccarelli)

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